Alziamo la testa: i lavoratori e le lavoratrici del tech non ci stanno più! Sfruttati e venduti come le prostitute

Lo sfruttamento ci tocca in forme e intensità diverse ma tocca tutte le categorie. Nessuna esclusa. E il titolo dell’inchiesta condotta dalla giornalista Giulia Ferri per l’Espresso è quanto mai allarmante ed esaustivo allo stesso tempo: “Siamo i lavoratori tech, venduti ai clienti come prostitute. Ma è ora di alzare la testa”. E se in molti credono ancora che il settore dell’ IT sia sinonimo di sicurezza e di stabilità professionale e retributiva, dovranno ricredersi.

A cadenza quasi mensile, infatti, vengono pubblicati articoli che tra i percorsi di laurea più redditizi sul mercato del lavoro annoverano le cosiddette lauree STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics). Non a caso, tante sono le aziende che ricercano specifiche figure professionali specializzate proprio in questi settori. Rispetto ad altri campi, non solo le opportunità occupazionali sono maggiori, ma si riscontra anche una certa differenza a livello di retribuzione.

Non è tutto oro quel che luccica

La pandemia, così come forme ormai consolidate di sfruttamento e di precariato contraddistinguono tutti i settori, compreso quello dell’IT.

E proprio con l’obiettivo primario tutelare i diritti dei lavoratori tech, ma soprattutto di iniziare a porre l’accento sulle reali condizioni lavorative degli stessi, che è nato Tech Workers Coalition Italia. TWC Italia ha infatti lanciato negli scorsi mesi una campagna di sensibilizzazione – da poco conclusasi – dal titolo “Alziamo la testa”.

Guidati da una visione inclusiva ed egualitaria nel settore tecnologico, la TWC opera per rafforzare il ruolo del lavoratore attraverso la formazione e l’auto-organizzazione diffusa. Solo rendendo note ed evidenti le storture del mondo tech – dall’incentivo a cambiare spesso azienda all’ostilità alla sindacalizzazione, dalla pressione a coltivare le proprie competenze lavorative durante il tempo libero – è possibile intraprendere un vero e proprio percorso teso ad un cambiamento reale, fattivo e sostenibile.

Le storture del tech

Storture, quelle del mondo tech, che influenzano gli stessi addetti ai lavori rendendo diffusi – ma non per questo accettabili – comportamenti disfunzionali che vanno: dall’isolamento sociale al burnout, dal fear of missing out (letteralmente la paura di essere tagliati fuori) ad un’erosione tra tempo del lavoro e tempo personale. Ma non finisce qui.

E come riportato nell’articolo dell’Espresso:

Gli oltre 300mila lavoratori del comparto sono spesso definiti gli operai del nuovo millennio, ma senza rappresentanti sindacali, né un contratto nazionale di riferimento: sono infatti inquadrati come metalmeccanici, addetti alle telecomunicazioni o al commercio. Questo, sommato alla frammentazione del settore, rende di fatto complicato organizzarsi in azienda e anche solo pensare a uno sciopero. «Il problema di fondo, in realtà, è che molti di noi si sentono già privilegiati per avere un lavoro e uno stipendio, così accettano di sottomettersi alla violazione dei propri diritti e a pratiche illegali, come il body rental», spiegano da TWC – Italia”.

Straordinari continui e non pagati, orari oltre le otto ore lavorative, stage non retribuiti, body rental sono solo alcune delle pratiche che contraddistinguono il modus operandi di moltissime aziende a livello nazionale e internazionale. Al grido di “Alziamo la testa” la Tech Workers Coalition Italia basta a tutto questo, e sprona le migliaia di lavoratrici e lavoratori del mondo del tech a prendere consapevolezza dei propri diritti.

Società più cooperative e orizzontali, retribuzione e scatti di carriera trasparenti, nuovi obiettivi per le nuove tecnologie (non legate esclusivamente ad interessi economici di breve termine) e una formazione garantita nel contratto: sono solo alcuni degli aspetti che dovrebbero già contraddistinguere un settore ancora sprovvisto di tutele secondo la TWC – Italia.

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