La generazione fuori luogo di Giulio Ronzoni, tra disincanto, inadeguatezza e speranza

Nulla è impossibile”. Con questo tema, Agol – Associazione giovani opinion leader – ha voluto mantenere alta l’attenzione sulle difficoltà che quotidianamente tantissimi giovani si trovano a dover affrontare e che, nonostante tutto, hanno trovato la forza e il coraggio di impegnarsi per raggiungere il proprio obiettivo. E tra le tante storie di vita e di coraggio, come quello di mettersi in gioco, o di ricominciare da zero o, ancora, di ribellarsi e di non accettare compromessi, oppure di non lasciarsi abbattere dalle avversità, ha vinto quella di Giulio Ronzoni.

Con “Generazioni fuori luogo”, il giovane musicista Giulio Ronzoni ha vinto il premio per la narrativa positiva “Letteralmente”, vedendosi così pubblicato il suo primo romanzo edito da Cairo Editore. Un sogno diventato realtà per un giovane che ha cercato di raccontare i sogni e le difficoltà della sua generazione, attraverso le pagine del suo romanzo. Come è nato il romanzo?

Tutto è iniziato una mattina di circa sei anni fa, su un autobus che mi stava portando all’università. E come tutti i pendolari vivevo la frustrante esperienza di viaggiare ogni mattina per raggiungere Roma ed arrivare in tempo alla lezione. In preda a quello stato misto di frustrazione, freddo e sonno scrissi di getto alcune frasi. Lo scrivere, almeno all’inizio, era un modo come un altro per dare libero sfogo ai miei pensieri. Dopo qualche tempo però, i pensieri che gettavo su carta iniziarono ad avere un senso, e fu così che– lasciandomi trasportare dalle parole – il romanzo incominciò a prendere forma”.

La quotidianità nelle sue innumerevoli sfaccettature è senza dubbio stata la sua musa ispiratrice. Vicende, personaggi e situazioni rientrano – in parte o completamente – in quel viaggio personale e professionale che ha vissuto lo stesso Giulio Ronzoni, che definisce il suo romanzo, come “un affresco schizofrenico di ciò che sono stato e ciò che avrei voluto essere”.

Ansie, paure e frustrazioni sono i sentimenti che contraddistinguono un’intera generazione, e riemergono dalle pagine del tuo romanzo. Cosa vuol dire, secondo te, “sentirsi fuori luogo” ?

Il sentirsi fuori luogo dei giorni nostri, credo derivi da quel sentimento di alienazione di chi non riesce più a stare al passo coi ritmi frenetici della realtà odierna, ma soprattutto da quel senso di frustrazione di chi si è sentito tradito dalle promesse della generazione precedente, e ora si ritrova davanti una realtà molto diversa da quella che gli era stata prospettata”. E continua: “In uno dei capitoli più cupi del romanzo il protagonista si lascia andare ad una riflessione sulla devastata generazione degli anni Zero, che si trova a dover fare i conti con un senso di alienazione, inadeguatezza e disillusione provocata dalla responsabilità enorme di dover dare forma ad un nuovo millennio, sulla base però di un’eredità vacua”.

Ti sei mai “sentito fuori luogo”?

Molto spesso a dire il vero. Mi sono ritrovato più di una volta a combattere con la voglia di fuggire, di chiudermi in me stesso e lasciare allontanare tutto il resto. All’inizio si percepisce la propria inadeguatezza come qualcosa di unico e speciale. Poi crescendo, impariamo convivere con se stessi, ad accettarci e ad apprezzarci. Sentirsi fuori luogo è qualcosa che capita a tutti, chiunque almeno una volta ha preso coscienza delle proprie fragilità, chiunque almeno una volta nella propria vita non si è sentito accettato, si è percepito, per l’appunto, “fuori luogo”. Il messaggio di cui questo romanzo si fa portatore è che la sofferenza, il sentimento di alienazione e di inadeguatezza non sono straordinari, li condividiamo tutti, in quanto sono parte stessa del DNA umano. Ciò che è straordinario è la reazione alla sofferenza, il percorso di riconoscimento di se stessi e l’integrazione del diverso. Sentirsi a proprio agio nella propria diversità, questo è davvero straordinario”.

Precarietà e instabilità (anche professionale), sono solo alcune delle costanti che caratterizzano le vite di molti giovani. Esiste una via d’uscita?

Viviamo in un momento storico molto difficile da comprendere. I tempi della nostra quotidianità sono velocissimi, il modello del lavoro per stage è il cilicio di questa generazione, il sistema dell’ipercomunicazione ci sta tenendo sempre più costretti ad una solitudine profonda e la situazione economica e sociale, non solo del nostro Paese, tende sempre più ad un processo di disumanizzazione in cui vengono man mano persi di vista non solo i bisogni, ma anche i principi etici di base su cui si è fondata la civiltà umana. Ma, nonostante tutto, la speranza c’è, ed è grande. Come grande è il desiderio di un mondo fondato su principi etici e su una responsabilità sociale più condivisa e partecipata, che sta prendendo forma, soprattutto negli ultimi tempi, attraverso i movimenti ambientalisti, l’associazionismo e l’intervento diretto”.

Scrivere un libro e scrivere una canzone: cosa cambia?

Per scrivere un romanzo ci vuole sicuramente molta più pazienza. Sono molto rigoroso con me stesso, e soprattutto pignolo. Diciamo che per scrivere e completare a pieno una canzone impiego circa un paio di mesi. Per Generazione fuori, invece, considerando tutte le varie stesure, ci sono voluti quasi sei anni. Come si può immaginare di pazienza ne serve molta. Per il resto invece le cose sono molto simili. In ambo i campi parto sempre da un momento di sfogo in cui sento di avere emozioni in esubero che non riesco a contenere e butto tutto fuori. Prima che artistico, la scrittura è un gesto principalmente terapeutico per me. In entrambi i casi, comunque, una volta gettato il primo seme parte il lavoro di stesura che richiede più sforzo, più caffè e più notti insonni”.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Ci sono tante cose in ballo, molte che stanno andando ben aldilà delle mie aspettative iniziali. Per il resto conto di continuare con la musica e sto scrivendo ormai da qualche mese un secondo romanzo“.

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